di Marcello Squillaci, III A

È difficile ammetterlo, ma la gioventù del XXI secolo vive in un ambiente troppo contaminato, “impuro” e opaco. Viaggiare con la mente è diventato difficile. Leopardi ha perfettamente ragione riguardo all’esistenza sconclusionata dell’uomo: ognuno, specialmente i ragazzi della mia età, diciottenni e non, è intrappolato in quella che il poeta di Recanati definisce “nuda vita”. Si tratta di un’esistenza spoglia, finita, circoscritta in un’area ben precisa, in cui è difficile superare i limiti. Che limiti? Quelli che ciascuno si è posto, anche involontariamente. Qualche esempio: l’inerzia, la monotonia, la noia, la pigrizia e la spensieratezza. Non voglio dare la colpa solo ai social media, che non sono affatto la vera causa scatenante, sebbene ci proiettino in un mondo fasullo, progettato da qualche algoritmo. L’errore è principalmente dell’individuo: ciascuno di noi ha scelto di rimanere rinchiuso in una prigione fittizia e di non abbellire il proprio futuro. Le conseguenze di questa decisione si manifestano chiaramente nella società. In Italia, secondo alcuni recenti dati dell’ISTAT, sono sempre di meno gli studenti iscritti alle università (non si tratta di numeri ingenti, ma è sempre un fatto da considerare); in questo modo aumenta la disoccupazione e sarà troppo tardi quando ci si renderà conto di tutto il tempo perso, di tutte le occasioni sprecate.

Nel corso della storia della letteratura mondiale molti scrittori e pensatori si sono soffermati su questo tema, offrendo validissimi spunti di riflessione e di critica. Kierkegaard credo sia il filosofo che più ha analizzato la condizione di superficialità e di vuotezza dell’uomo. Ci troviamo, essenzialmente, nella cosiddetta “vita estetica”, quella del Don Giovanni di Mozart e del Johannes kierkegaardiano. Regna la spensieratezza e l’uomo si sente perennemente insoddisfatto, fino a non essere più in grado di riconoscere la propria identità. Non finisce qui: la società borghese sarà afflitta da questo male per decenni (forse fino ai nostri giorni). Le “Fanciulle sulla riva della Senna” dipinte da Gustave Courbet negli ‘60 dell’Ottocento non aspettano altro che un invito per divertirsi la sera. Non badano al loro futuro, ma solo alla vanità del presente. Più tardi, Alberto Moravia, nella prima metà del Novecento, condannerà i costumi della borghesia del suo tempo, non più la classe sociale del progresso, che è sprofondata in un abisso dove l’inerzia è sovrana (basti pensare alla descrizione dell’ambiente borghese che lo scrittore propone ne “Gli indifferenti”).

Dunque, a cosa serve dedicarsi sempre al divertimento se poi si tratta di qualcosa di momentaneo ed effimero? Parlando dei giorni di oggi, non è sicuramente la discoteca del venerdì o del sabato sera a dare ad ognuno un’identità e a far capire chi si vuole diventare.  Se si dedica la vita intera al diletto, vuol dire che si è volatilizzata l’occasione che ciascuno ha di avere un ruolo nel mondo e di poterlo cambiare. E qui interviene Seneca: nel De brevitate vitae e nelle Lettere a Lucilio, il filosofo latino ha affrontato in modo esauriente la questione. Gli “occupati” sono quelli che dedicano la propria vita al piacere (Leopardi nello Zibaldone affermerà: “passano di godimento in godimento”), senza badare al futuro. Chi è capace di spezzare le catene del lusso e del piacere (il “sapiens”), invece, è in grado di dedicarsi alla filosofia e alla contemplazione della verità. Tralasciando la forte influenza dello Stoicismo nelle affermazioni di Seneca, questo è ciò che ciascuno dovrebbe fare: liberarsi dalle catene della monotonia e della vanità.

Kierkegaard lo definirà il “salto” verso la “vita etica”, una vita responsabile e ben impostata. Questo è possibile dopo aver fatto la scelta giusta. Non è un compito facile, perché necessita di audacia, fermezza e soprattutto di coraggio, coraggio di dire “no” e cambiare strada; altrimenti, se non si è totalmente convinti, si rischia di cedere nuovamente alle tentazioni e quindi di tornare alla “nuda vita”.

Non basta, tuttavia, aver compiuto il salto. È necessario intervenire e offrire il proprio aiuto alle persone più in difficoltà. Bisogna, praticamente, comportarsi da intellettuali, assumere l’atteggiamento della Ginestra di Leopardi, che non è orgogliosa, ma prova compassione ed è animata da un forte senso di solidarietà. Soltanto in questo modo si potranno veramente notare miglioramenti. C’è un mondo da scoprire, ci sono esperienze da vivere e gusti da assaporare. A mio avviso, non è vero che la mente possiede già dei contenuti innati che bisogna ripristinare (come afferma Platone): l’uomo nasce come una “tabula rasa”, dirà Locke, che deve essere arricchita scoprendo e curiosando. Perché non andare a vedere la mostra su quell’artista che più ci ha impressionato durante una lezione di storia dell’arte? Cosa c’è di male ad accettare l’invito ad una conferenza di fisica meccanica dopo che si è rimasti stupiti dalle parole di una persona che ne parlava? Io non rimpiangerò mai quelle occasioni (seppur poche) durante le vacanze, in cui ho preferito accompagnare mia mamma o mio papà al lavoro piuttosto che rimanere a casa a vedere la televisione; forse è grazie a ciò che si è acceso nel mio animo un vivido interesse per il diritto e la giurisprudenza. Sperimentare, provare, sbagliare e riprovare: solo così l’uomo può lasciarsi trasportare dall’immaginazione per poi trovare il proprio obiettivo da raggiungere. “Bisogna proporre un fine alla propria vita per vivere felice” dice Leopardi e non credo esista altro modo se non quello di essere assetati di curiosità e di essere appassionati.